mumblemumblr...
a Silvio.

ze-violet:

yesiamdrowning:

In Italia ci accorgiamo della gente da postuma. E neanche è detto che ce ne ricordiamo (Gianmaria Volontè docet). Ieri notte rivedevo su youtube le scene salienti de Il Portaborse, realizzato dal pure sottovalutato Daniele Lucchetti (Mio Fratello è Figlio Unico, La Scuola) nel 1991, con un Nanni Moretti ancora in stato di grazia e un sorprendente Silvio Orlando alla sua quinta prova. Capace caratterista di un insegnante di lettere frustrato che si lascia affascinare dalla verbosità politica per poi rinnegarla con tutto sè stesso quando si accorge che il suo essere idealista non potrà mai allinearsi con qualunque classe dirigente. Intanto avevo tra le mani un’attenta disamina fatta da un collega di Ciak su Il Caimano dello stesso Nanni Moretti (2006). Pensavo che è veramente sorprendente quanto Silvio Orlando riesca a non essere mai considerato protagonista dei suoi film, pure quando da trama lo è. Persino quando il titolo del film indica il ruolo da lui stesso interpretato. Come nel caso de Il Papà Di Giovanna di Pupi Avati (2008) dove, se non fosse stato per la Coppa Volpi come Migliore Attore alla Mostra del Cinema di Venezia, erano tutti troppo impegnati a parlare di Giovanna (Alba Rohrwaker, bellissima attrice ma ancora acerba; se non altro per quel suo continuo alternare idee piacevoli -Piano, Solo- in cagate pazzesche come Melissa P). Eppure dovrebbe essere un dovere rendersi conto del livello qualitativo di certi nostri attori, prima che schiattino possibilmente. Soprattutto quelli come Silvio Orlando, anti-attore venuto dal teatro che personalmente adoro nelle sue idiosincrasie e nelle sue paranoie, che credo in parte “autentiche” come mi viene spontaneo credere anche di attori come Sergio Castellitto, Sergio Rubini e Alessandro Haber, ma senza quello stato d’ansia contagioso che di Haber proprio non reggo.  Alcuni personaggi interpretati da Silvio Orlando, mi è venuto da dire una volta, sono come gustare, con il massimo godimento possibile, pietre. E’, letteralmente, assaporare il male di essere. Il puro slittamento dell’essere. Perchè, tolta Hollywood & Co., la vita è fatta piuttosto di sfighe improvvise, ragazze troppo belle perchè si innamorino di noi, di auto-illusioni per andare avanti e mobili distrutti da nocche ferite, ma mai quanto noi. Ecco, Orlando racconta quello scarto tra credere a tutto che è tipico del cinema e credere al verosimile; lo fa attraverso un discorso “senza parole”, talmente poco cinematografico (inteso come finto) da creare uno slittamento personale dall’essere (attore), anzi doppiamente mimetico in quanto geniale nel suo fallimento di essere-in-quanto-attore. Un racconto vittimario, omicida e suicida al tempo stesso quindi, ma mai vittimista. Ecco, spero vivamente che (visto anche che non stiamo parlando di Nikolaj Kostantinovic Čerkasov, ma più prosaicamente di Silvio Orlando) che nei prossimi anni la gente (e certa critica) si decida a coccolarlo un po’ di più; anche perchè a sapere che si sta iniziando a svendere per le fiction di Canale 5 (Il Delitto di Via Poma? Sigh…) fa veramente piangere il cuore.

ancora di più. E’ diventato tutto questo partendo da spalla di Teo Teocoli in tv. Una delle scene che adoro di Kamikazen (Salvatores, 1987) è proprio il dialogo Rossi-Orlando in Buenos Aires, sulla balaustra dell’ingresso del metrò.

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